Storia di Prato dai popoli preistorici ad oggi
a cura di Carlo Paoletti
 Dagli Alberti al Barbarossa
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Dagli Alberti al Barbarossa
"Pagus Cornus" ("Cornus" è in latino la pianta del ciliegio corniolo; ma c'è chi vede in "corn" un remoto retaggio ligure) sommato a "burg", termine longobardo e più genericamente germanico per abitato cinto da fortificazioni: ecco la genesi toponomastica di Borgo al Cornio, il cui nome (come "locus Cornus") è ricordato in un documento dell'anno 880 avanti il Mille, documento dove compaiono anche i magistrati locali, gli scabini. Il Borgo infatti aveva già allora una qualche importanza e racchiudeva entro le sue difese , oltre alla pieve di Santo Stefano (che avrà ben presto il più importante titolo di prepositura) ed al battistero, altre chiese e "corti" che amministravano la campagna. Particolare sviluppo ebbe però un quartiere extramurale sorto attorno al "prato" dove sostavano le milizie e si tenevano mercati; lo difendeva un fortilizio (di cui una parte fu probabilmente inserita nel duecentesco castello dell'Imperatore) presso il quale aveva residenza sulla metà del secolo XI un conte Ildebrando, discendente di un'antica casata longobarda (o franca, secondo altri). Il figlio di questi, Alberto I, fu il capostipite della massima famiglia feudale pratese, gli Alberti, che si dissero anche "da Prato".
Con l'estendersi della potenza e dei possessi alberteschi, il quartiere detto Prato, ben presto divenuto un'entità a se stante, inglobò Borgo al Cornio e il suo nome finì per designare entrambi i centri così riuniti. Il processo di assorbimento era praticamente concluso sul finire del secolo XI, quando su qualche documento gli Alberti figurano col titolo di Conti di Prato. Essi esercitavano in effetti alcuni diritti feudali sulle acque, sui boschi ecc. e tenevano addirittura dei "visconti" ad Agliana, ma dovevano però convivere con una società di uomini liberi e con una diffusa proprietà fondiaria, aspetti questi caratteristici e durevoli dell'area pratese, dal tempo dei coltivatori romani a quello degli "arimanni" longobardi e così attraverso i secoli, come base dello spirito di iniziativa individuale espressosi poi anche in tante intraprese industriali dell'epoca moderna e contemporanea.
Culla e per qualche tempo residenza degli ambiziosi dinasti alberteschi, Prato non fu solo il luogo iniziale delle loro fortune ma divenne anche, col suo ceto militare di feudatari minori, elemento per la formazione del vasto potentato feudale che gli Alberti andavano costituendosi. Tuttavia proprio nella "terra" (che tale era la Prato del tempo non essendo ancora sede vescovile; ma già si considerava città) stavano affermandosi sempre più altre forze: le classi mercantili ed artigiane e la potente chiesa prepositurale di S. Stefano, che fra il secolo XI e il seguente consolidava la sua autonomia, assicurandosi ampi poteri giurisdizionali estesi fino alla città vescovile di Pistoia (la prepositura, poi collegiata, aumenterà il suo prestigio divenendo santuario mariano per la presenza - circa dal 1174 - della celebre reliquia del Sacro Cingolo della Madonna; nel 1191 papa Celestino III concederà alla prepositura pratese il patronato di venti chiese).
In questa nuova situazione con l'assenso tacito (e forzato) dei conti, già all'inizio del secolo XII si ponevano le prime basi del regime comunale, la cui genesi ebbe a Prato quei caratteri di peculiarità che, attraverso i secoli, si riscontreranno spesso nelle vicende e nelle strutture della città del Bisenzio. Nel contesto di tale processo evolutivo (ed anche come episodio della ben nota "lotta per le investiture ") venne ad inserirsi la guerra del 1107 fra gli Alberti - di parte imperiale - e la contessa Matilde di Canossa, marchesa di Toscana; guerra che portò all'assedio della città. Matilde vi partecipò personalmente, guidando i suoi cavalieri d'oltrappennino e gli armati di città toscane - Lucca, Firenze, Pistoia - a lei ancora legate da vassallaggio. Contro forze così preponderanti Prato resistette per tre mesi; presa e semidistrutta, seppe liberarsi subiti dagli occupanti. Rimase quindi albertesca: ma l'episodio concorse però ad attenuare i vincoli con i conti, a spianare la strada verso nuove forme di vita politica e sociale.
Inoltrandosi il secolo XII, l'ordinamento comitale andò sempre più declinando: circa il 1140 il libero comune pratese aveva ormai assunto tutte le caratteristiche di una repubblica cittadina, pur riconoscendo in teoria - così come avveniva per tutte le città libere di Toscana e Lombardia - la suprema potestà dell'Impero. Privando gli Alberti del suo appoggio politico-militare ed anzi talvolta muovendo in armi contro di loro, insinuando il suo dominio - dalla Val di Bisenzio al Montalbano - fra le rocche albertesche di Cerbaia e Capraia sull'Arno, Prato svolgeva adesso un ruolo determinante nel porre in crisi la grande feudalità nella zona più vitale della Toscana, quella compresa tra Firenze e Pistoia. Anche le libertà comunali e lo sviluppo economico di questi ultimi centri trassero indubbi vantaggi dal mutare della situazione. Così come avvenne per altre realtà del territorio: i Comuni minori di Calenzano, Carmignano, Artimino, Bacchereto, Montemurlo, Cantagallo, Fossato e le prestigiose abbazie di San Salvatore a Vaiano e Santa Maria a Montepiano.
Quanto agli Alberti la loro storia (che in qualche misura è anche storia cittadina) continuò con fasi alterne, secondo le vicende dei rami in cui andava dividendosi il casato e che man mano assumevano diverse denominazioni, da quella originale di "da Prato" (con cui si chiama una famiglia tuttora esistente a Roma) alle altre di "da Mangona", dei conti di Vernio, "da Capraia" ecc. Poco dopo il 1113, con il conte Bernardo Tancredi detto "Nontigiova", andato sposo a Cecilia da Palù, gli Alberti acquisirono i possessi del casato da Cadolo sull'Appennino pratese e bolognese, estendendosi così da Torri e Fossato a Camugnano, fino a Pian del Voglio e Monteacuto Vallese (di questa zona facevano parte Vernio e Castiglione dei Gatti, che i dinasti pratesi vendettero nel '300 rispettivamente ai Bardi e ai Pepoli, come contee vissute fino all'occupazione francese del 1797). Nel 1114 il conte Goffredo degli Alberti diveniva vescovo di Firenze (il primo pratese salito sulla cattedra di San Zenobi); altri Alberti figurarono in seguito nella vita pubblica di varie città, Prato, Bologna, Imola, Mantova.
Un diploma imperiale di Federico Hohenstaufen (il Barbarossa) del 1164 riconosceva agli Alberti il controllo feudale su ben quarantanove località, sparse fino alla Maremma. È da notare come a sud del Montalbano, in condizioni assai diverse da quelle del Pratese, il casato albertesco potesse svolgere, coi suoi possessi di Valdinievole e Valdelsa (fra i quali Certaldo, Castel Timignano, oggi Castelfiorentino, e un quartiere di Colle Val d'Elsa detto "Albertesca"), una positiva funzione di equilibrio fra i Comuni, impedendo il precoce costituirsi di dannose egemonie. Le vicende delle zone suddette e quelle della Maremma (dove i signori pratesi tenevano Scarlino, Gavorrano ecc.) ponevano intanto gli Alberti in contatto con Pisa, favorendo un momentaneo estendersi della loro influenza anche in Sardegna, dove nel XIII secolo si assicurarono per qualche tempo il dominio del regno o giudicato di Arborea e il governo di Cagliari.
Uno degli aspetti più significativi della politica degli Alberti conseguente alla loro estromissione da Prato, è da considerarsi comunque l'opera di colonizzazione e di sviluppo economico promossa in Valdelsa, opera intesa ad innestare nuovi contenuti nella languente società feudale. In quest'ambito si colloca il loro tentativo di costituire a Semifonte, a partire dal 1182, un centro urbano, insieme comitale e comunale, che potesse contrapporsi a Firenze, sostituendo in tale funzione l'ormai perduta città d'origine della dinastia. E' interessante notare come alla fondazione di Semifonte concorressero anche numerose famiglie della nobiltà pratese di più rigorosa tradizione imperiale ed albertesca (Albertini, Guidalotti, Martini, Tiezi, Tiniosi, ecc.) i cui nomi figurano tra quelli dei maggiorenti semifontesi.
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