Storia di Prato dai popoli preistorici ad oggi
a cura di Carlo Paoletti
 Dalle accademie all'industrializzazione
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Dalle accademie all'industrializzazione
Un'altra accademia, quella degli Infecondi, fondata nel 1712 da un gruppo di borghesi ("cittadini", come allora si diceva) ed ancor oggi esistente col nome di Misoduli, merita particolare ricordo come istituzione con la quale la borghesia non solo manifestava la sua consapevolezza di classe, ma entrava altresì in competizione con la nobiltà in campi dove questa aveva fino allora dominato. Assai per tempo infatti, e con anticipo rispetto alle altre città toscane, si avvertivano nella società pratese i sintomi di una evoluzione: la borghesia, riscoprendo i valori etici e sociali del lavoro, rafforzava le proprie posizioni economiche facendo rifiorire le arti del legno, della lana, dei metalli e minava in ogni settore della vita pubblica la secolare staticità di casta, fondata sulla "serrata" aristocratica disposta dai nuovi statuti del 1538 e solo in parte temperata dall'influenza del Consiglio Generale. La nobiltà era ancora numerosa (40 famiglie nel 1765) e deteneva pur sempre il potere politico-amministrativo (che comunque nel 1728 aveva saputo difendere le Arti pratesi da rinnovate pretese fiscali dell'Ufficio di Grascia fiorentino), ma la sua supremazia era ormai compromessa nelle basi economiche, le sue stesse convinzioni oligarchiche erano scosse dall'esempio dell'efficiente superiorità dei borghesi.
Una società siffatta non poteva che profittare della ventata d'aria europea portata nella sonnolenta Toscana medicea dalla nuova dinastia dei Lorena (dal 1737, con Francesco Stefano). Fu soprattutto il successore Pietro Leopoldo - granduca dal 1765 al 1790, poi imperatore a Vienna - a favorire la borghesia ed aiutare la ripresa economica con illuminate riforme: nella sua prima visita a Prato preferì essere ricevuto dalla borghese Accademia degli Infecondi che non da quella aristocratica dei Semplici. E come riconoscimento territoriale venne istituito nel 1772 il Vicariato di Prato, comprendente pure Carmignano e Montemurlo. Ma quando il granduca intese uscire dall'ambito dei suoi poteri e promuovere a Prato e Pistoia tentativi di riforma religiosa in senso giansenistico, il popolo pratese difese le sue tradizioni liturgiche e civiche insorgendo il 20 maggio 1787, rendendosi padrone della città e sollevando il contado fino ad Agliana e Campi. Il moto pratese, che suscitò tumulti anche in altri centri toscani, raggiunse il suo scopo ed ebbe vasta eco. "È la prima volta" - ebbe a scrivere Sebastiano Nicastro nella sua "Storia di Prato" (1916) - "che il popolo fa sentire così alta e minacciosa la sua voce ai sovrani; e tanto più pura apparisce questa gloria nostra, in quanto i Pratesi si mossero non sotto l'impulso dell'interesse, ma per amore di un'idea".
Una piccola avvisaglia di ben altra tempesta, gigantesca ed epocale, che avrebbe rivoluzionato l'Europa con l'Ottantanove parigino. E nel 1799 le truppe della Francia giacobina giunsero anche nella città del Bisenzio: piantato quello che veniva chiamato "albero della libertà", distrutti i simboli regali (come la trecentesca statua di Roberto d'Angiò sul palazzo Pretorio). Venne costituita la "municipalità" di Prato, la cui giurisdizione, oltrepassati con Carmignano i "Poggi di Sotto" (l'antica aspirazione pratese di valicare il Montalbano!) si allungava nel Valdarno inferiore fino a comprendere il comune di Santa Maria a Monte, presso Pontedera. Confini evidentemente disegnati a tavolino, ma significativi dell'importanza attribuita alla città. Seguì l'appartenenza all'effimero regno d'Etruria, quindi all'Impero francese, che fondò a Prato una interessante Società filantropica d'incoraggiamento, col proposito di intensificare la produzione e di aiutare le classi operaie. La restaurazione lorenese (1814) ripristinò il Vicariato regio di Prato, aggiungendovi a nord due Comuni, quello di Cantagallo e l'ex contea imperiale di Vernio, ultimo resto, con Castiglione, dell'antico potentato feudale pratese.
Fra tanti travagli politici Prato continuò a progredire, accrescendosi di abitanti (nel 1845: città 11435, sobborghi 3557, contado 18265) e conservando ancora per decenni, fin oltre la metà del XIX secolo, un felice equilibrio fra le attività economiche, che andavano via via aprendosi ai portati ed alla problematica della rivoluzione industriale, e quelle culturali.
Alla metà del '700 un acuto studio sull'economia cittadina aveva individuato nel Vicino Oriente un'area favorevole ai traffici pratesi: e proprio sui mercati levantini Prato doveva poco dopo affermarsi con la sua produzione di fez, il tipico copricapo a tronco di cono. Accanto alle manifatture tessili, che dal 1820 andarono meccanizzandosi per impulso di Giovan Battista Mazzoni, la lavorazione artistica del legno e dei metalli proseguiva le antiche, illustri tradizioni, mentre assumevano proporzioni notevoli l'arte tipografica e l'intreccio della paglia, che giunse in certi periodi ad essere la più rilevante attività locale, almeno come impiego di manodopera.
La città rinnovava intanto il suo aspetto con una intensa attività edilizia nella quale si distingueva particolarmente l'opera dell'architetto Giuseppe Valentini (1752-1833) e che trovava riscontro in una larga attività di quadraturisti e frescanti. Nella villa di S. Cristina, munificamente ospitato dal senatore Giuliano Leonetti Mannucci patrizio pratese, Gioacchino Carradori (1758-1818) conduceva i suoi esperimenti dando importanti contributi in più branche scientifiche, dalla chimica alla fisiologia, anticipando la teoria della fotosintesi e battendosi, come medico, a favore della vaccinazione, di cui dimostrava sperimentalmente efficacia ed innocuità; sempre nelle scienze fisiche acquistavano rinomanza Ulisse Novellucci e Francesco Pacchiani. Fiorivano gli studi umanistici nella celebre "Scuola di Prato" del Silvestri; le illuminate iniziative editoriali, come la prima collezione italiana di classici, facevano della città una piccola Lipsia; Atto Vannucci, Niccolò Tommaseo, Cesare Guasti, partecipavano con altri alle attività culturali cittadine, che intanto andavano anche aprendosi a nuovi impegni sociali. Già nel 1833, contro il volere del governo granducale, si organizzavano scuole di mutuo insegnamento per gli operai, in quello stesso spirito che nel 1861 avrebbe portato Antonio Bruni a fondare in Prato la prima biblioteca popolare italiana.
I moti risorgimentali trovarono larga adesione nella città, che nel 1848 teneva decisamente testa alla reazione granduchista serpeggiante nelle campagne, offriva l'anno seguente sicuro rifugio a Garibaldi e dava alla causa nazionale uomini di pensiero e di azione come Giuseppe Mazzoni, Piero Cironi, Ermolao Rubieri. Aspetti tipici del risorgimento pratese, tali da influenzare anche la successiva attività politica cittadina, furono la ricerca di più ampie autonomie municipali, viste però in una nuova prospettiva, e l'accentuato interesse, di stampo schiettamente democratico, per i problemi sociali; interesse ben comprensibile in una città dove fino dal 1832, con la fondazione delle mutue fra i lavoratori delle fabbriche di fez, si erano manifestati i primi segni di autocoscienza proletaria. Già Niccolò Tommaseo nell'articolo "Gita a Prato", pubblicato sul "Progresso delle scienze" (Napoli, 1834), fra i molti pregi aveva notato la poca distanza che - a differenza di altre città - separava il popolo pratese dall'aristocrazia cittadina. Le classi lavoratrici, proprio grazie alla loro operosità, stavano per diventare protagoniste in quella che si avviava ad essere una grande e singolarissima città industriale; una delle più importanti - anche se spesso misconosciuta - dello Stato unitario.
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