Storia di Prato dai popoli preistorici ad oggi
a cura di Carlo Paoletti
 Dall'Unità d'Italia alla II guerra mondiale
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Dall'Unità d'Italia alla II guerra mondiale
Col plebiscito del 1860, insieme all'ex granducato toscano Prato entrava a far parte della monarchia sabauda di Vittorio Emanuele II e - l'anno successivo - del proclamato regno d'Italia. La città del Bisenzio si trovò ad essere, secondo gli ordinamenti degli stati sardo-piemontesi adottati dopo l'Unità, capoluogo di un "mandamento" sede di pretura, all'interno della provincia di Firenze; il territorio era quello stesso del vicariato granducale, cui venne poi aggiunto il Comune di Calenzano. Uno "status" politico-amministrativo forse già allora un po' stretto per una città assai vivace.
Non senza costi umani (orari prolungati, lavoro minorile, infortuni) ed ambientali, Prato puntò comunque le sue energie soprattutto sull'edificazione di quella grande opera collettiva che è la sua industria tessile, autentica figlia della città e non madre, come ancora talvolta si crede. Opera collettiva perché non frutto di un "exploit" di singoli "capitani", ma di una tradizione artigiana antichissima e tenacemente difesa, del duro lavoro di abili maestranze e del senso civico di operatori come Giovan Battista Mazzoni, che nel 1820 aveva messo a comune disposizione le sue innovazioni meccaniche nel settore delle manifatture laniere.
Già nel 1792 Giuseppe Pacchiani aveva fondato in Via del Carmine - fra Palazzolo e il Mercatale - il primo lanificio pratese a ciclo completo con produzione di tessuti finissimi, uno stabilimento prestigioso visitato nel 1809 dalla granduchessa Elisa Baciocchi sorella di Napoleone. La famiglia Pacchiani, ascritta nel 1831 al ceto nobile di Prato e divenuta proverbiale per ricchezza e grandigia ("Chi se' tu, i' Pacchiani?", si diceva a chi avesse troppe pretese), avrà ancora importanza nel tessile fino al primo '900, poi si dedicherà all'agricoltura ritirandosi nel suo "feudo" di S. Ippolito in Piazzanese, nella Piana di Prato, ad allevare cani e cavalli di razza. Ma ancora prima o poco dopo l'Unità d'Italia una moltitudine di piccoli imprenditori, con scarso o nessun capitale, passerà dalle attività più varie a quelle laniere: Bardazzi, Cai, Calamai, Campolmi, Cangioli, Caramelli, Dei, Panerai, Querci, Romei, Targetti, ecc, con successi, insuccessi e rapidi ricambi. Si formeranno così una società ed una "cultura" cittadina ricca di mobilità e di opportunità economiche e sociali, non monopolistica e piuttosto elastica, dove ha rilevanza anche la figura di "impannatore", impresario che coordina le varie fasi di lavorazione eseguite dai "conto terzi", realizzando un prodotto senza avere propri impianti ma disponendo di una buona dose di audacia e d'inventiva.
Nuovo impulso alle manifatture pratesi venne intorno alla metà dell'800 con la lavorazione delle lane rigenerate dai residuati tessili (comunemente e impropriamente chiamati "stracci"), procedimento inventato in Inghilterra e perfezionato a Prato, dove "cernitori" ben allenati erano capaci di distinguere prontamente più di 250 scalature di colore fra i residui che sceglievano. Alla fine del "riciclaggio" (di cui è evidente anche l'importanza ecologica) vi era la produzione di tessuti cardati, con vasta esportazione soprattutto in Africa e in Asia, ma non solo.
L'esistenza di una capace manodopera richiamerà capitali e imprenditori anche dall'esterno dell'area pratese. Nel 1882 la famiglia israelita dei Forti, giunti a Prato come merciai e qui divenuti fabbricanti, costruì nella periferia cittadina e in Val di Bisenzio (dove già da tempo erano esistite attività manifatturiere) grandi lanifici con più di mille operai, realizzando fra l'altro a La Briglia, presso Vaiano, un'autentica piccola "città fabbrica" con case per i lavoratori, scuola, negozi, ambulatorio, chiesa, teatro. Sei anni dopo, il gruppo austro-tedesco Kössler, Klinger e Mayer fonderà nei sobborghi fra Porta del Serraglio e San Martino il celebre "Fabbricone", anch'esso con un migliaio di operai e con produzione di stoffe pregiate del tipo "pettinato".
Proprio nei grandi stabilimenti, dotati di macchinari ed organizzazione del lavoro "moderni" e perciò lontani dai modi paternalistici tradizionali, si formava intanto un'aggiornata "coscienza di classe" degli operai pratesi, per altro già da tempo accennata dal sorgere di mutue e cooperative. Nell'aprile 1891 si ebbe al Fabbricone il primo autentico sciopero del Pratese, con scontri fra lavoratori e militari dell'Esercito; altri seguiranno a La Briglia. Un nuovo sindacalismo di matrice socialista portò alla fondazione della "Camera di Lavoro" (4 luglio 1897); il 12 dicembre dello stesso anno venne costituita dagli imprenditori l'Associazione industriale e commerciale dell'Arte della Lana. Nel settembre 1899 si aggiunse l'Associazione operaia cattolica, che in qualche modo favorì anche il sorgere delle "Leghe Bianche" capaci di organizzare i lavoratori rurali delle campagne pratesi. Si andava così precisando un nuovo orizzonte politico destinato a portare a più razionali assetti sociali, ovviamente sempre perfettibili. Né a questo processo nocquero i disordini popolari del 1898 (che posero la città in stato di assedio sotto le truppe del generale Heusch), o il regicidio di Umberto I (Monza, 29 luglio 1900) compiuto dall'anarchico pratese Gaetano Bresci. Nell'arena politica cittadina si formavano intanto uomini di notevole spicco come il socialista Giulio Braga eletto a vertici sindacali di livello nazionale, Ferdinando Targetti (primo sindaco socialista di Prato nel 1912 e nel secondo dopoguerra vicepresidente della Camera dei Deputati), il democratico cristiano Giovanni Bertini, che nei due ministeri Facta (1922) fu ministro dell'Agricoltura e varò la nota "riforma agraria" progressista poi soppressa dal governo Mussolini (1922-43).
Dopo il periodo della prima guerra mondiale 1915-18 (caratterizzato a Prato e in Val di Bisenzio da una forte opposizione antimilitarista) e il ventennio fascista - che ebbe in città diversi oppositori puniti col carcere - la seconda guerra iniziata per l'Italia nel 1940 fu pure avversata a Prato nel '43 da scioperi e tumulti. La Resistenza antifascista e antinazista ('43-'44) con tragici e gloriosi episodi in tutto il territorio pratese vide il rinsaldarsi delle forze politiche democratiche, naturalmente con ampie diversificazioni: comunisti, socialisti, democristiani, azionisti, demolaburisti, repubblicani, liberali. I partiti cioè che componevano il Comitato di Liberazione Nazionale (C.N.L.) che aveva a Prato un comando territoriale, con sede ovviamente clandestina nel monastero domenicano di S. Niccolò, quello fondato nel '300 dal cardinale pratese Niccolò Albertini; sede davvero singolare, grazie al coraggio umanitario e patriottico di madre Cecilia Vannucchi.
Con la liberazione (Prato fu raggiunta il 5-6 settembre 1944 da forze armate anglo-americane e da formazioni partigiane pratesi) la città e il territorio, soprattutto la media Val di Bisenzio, iniziarono un'impegnativa opera di ricostruzione, dopo le gravi perdite di abitazioni, opere pubbliche, edifici monumentali e stabilimenti causate dai numerosi bombardamenti aerei alleati e dalle truppe naziste in ritirata; queste avevano particolarmente infierito, con esplosivi e mazze ferrate, sulle attrezzature industriali, in alcuni casi però messe in salvo dalle maestranze e dai tecnici.
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