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Storia del Distretto Industriale
La specializzazione di Prato nelle produzioni tessili risale al XII° secolo quando le produzioni di panni erano regolate dalla corporazione dell'Arte della Lana. La decadenza politica ed economica dell'Italia nel XVI° e del XVII° secolo segnò una caduta delle attività tessili che si ripresero negli ultimi anni del Settecento con la produzione di berretti di maglia esportati nei mercati arabi. Il passaggio dalla manifattura artigianale ai sistemi di produzione industriale si svolge nella seconda metà del 1800. L'introduzione nelle imprese pratesi di filatoi, garzi, cimatrici e calandre meccaniche ha avuto un primo trascinatore in Giovan Battista Mazzoni, un pratese geniale che dopo aver conseguito la laurea alla Normale di Pisa aveva perfezionato i suoi studi a Parigi. Nuove spinte vennero dalle famiglie austriache Kossler e Mayer che nel 1887 scelsero Prato per impiantarvi quello che per tutti i pratesi sarebbe diventato "Il Fabbricone".
Per circa mezzo secolo l'industria tessile locale approfitta delle commesse militari, dei dazi e delle politiche autarchiche per rafforzarsi e alla vigilia della seconda guerra mondiale è già un affermato centro tessile, anche se non ha le dimensioni delle grandi capitali del tessile italiano: Schio, Busto Arsizio, Biella, Como.
Il vero boom del distretto pratese inizia nel secondo dopoguerra. Tra il 1950 ed il 1981 il numero degli addetti tessili balza da 22.000 a 60.000 e questo avviene in un periodo in cui, in tutta Europa, il settore registra emorragie occupazionali traumatiche.
Per la sua capacità di andare controcorrente, agli inizi degli anni '80 Prato viene indicato come l'archetipo di uno dei pilastri più originali del successo del made in Italy: i distretti industriali. Di fatto la brillante performance delle sue imprese sui mercati internazionali insinua i primi dubbi nel dibattito sulle prospettive del settore T&A che le teorie economiche assegnavano frettolosamente a paesi con costi dei fattori diversi.
La crisi degli anni `80
Gli anni '80, per il distretto tessile pratese, sono stati un periodo difficile, che ha fatto pensare ad un processo di deindustrializzazione: il numero degli addetti nell'industria tessile scende da 60.000 a 45.000 (-25%); quello delle imprese precipita da 16.000 a 10.000 (-35%).Per un po' di tempo i pratesi hanno vissuto con lo spettro dei processi di declino economico e sociale che avevano colpito le grandi regioni tessili del Nord Europa: Nord Pas de Calais (F), Tilburg (NL), Aquisgrana (D), Inghilterra nord-occidentale.
In pratica, i problemi del distretto pratese iniziano con alcune grandi virate nei mercati del settore T&A. II riscaldamento nelle abitazioni, la motorizzazione di massa e la diffusione di nuovi stili di vita determinano un progressivo alleggerimento del peso medio dei tessuti dei vestiti; nei guardaroba dei consumatori, aumentano i tessuti in cotone, lino e poliestere a spese di quelli di lana.
In questo periodo una parte consistente dell'offerta pratese era composta da tessuti di lana cardata impiegati nella produzione di abbigliamento invernale (cappotti, tailleurs, giacche) e il terremoto dei mercati coglie impreparate molte imprese. La mutata geografia del T&A e i nuovi modelli di consumo lanciavano una grande sfida al distretto costretto improvvisamente ad affrontare problemi inediti e a rimettere in discussione prassi e strutture organizzative radicate.
La ripresa
Sollecitati dalle sfide lanciate dai mercati, gli imprenditori pratesi si sono rimboccati le maniche e lavorando in silenzio, hanno rovesciato come un guanto il sistema di offerta.II processo è iniziato con la ricerca di mercati più dinamici rispetto a quelli dei tessuti cardati apparentemente avviati verso il tramonto. L'offerta locale ora comprende quote consistenti (più del 40%) di articoli in lana pettinata, cotone, viscosa, lino e seta. II nuovo mix produttivo ha ampliato gli orizzonti operativi del distretto: la maggior parte dei lanifici intrattiene rapporti con "terzisti" di aree diverse da Prato; quasi tutti, inoltre, acquistano filati e tessuti da imprese non pratesi. La struttura organizzativa presenta elementi in parte nuovi e molti lanifici hanno ricondotto all'interno funzioni precedentemente assegnate ad aziende esterne. Anche le reti commerciali sono state rese più aderenti alle esigenze determinate dalla compressione dei cicli produttivi dei confezionisti e del calendario delle uscite della distribuzione.
In tutto questo, Prato ha pagato un prezzo elevato in termini di imprese, professionalità e capacità produttive installate, ma è riuscita ad invertire il ciclo recessivo ed ha ritrovato fiducia nelle proprie risorse. Lo sfoltimento delle attività T&A è continuato nel corso degli anni '90 ma la caduta è stata decisamente più consistente per le imprese (-15% tra il '96 e il '91) che per l'occupazione; questa di fatto negli anni '90 si è stabilizzata.
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