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Il Distretto Industriale
di Prato
Fonte:
Unione Industriale Pratese
 Il Distretto pratese
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Il Distretto Industriale di Prato
L'area del distretto tessile di Prato, oltre al comune capoluogo, comprende i comuni di Cantagallo, Carmignano, Montemurlo, Poggio a Caiano, Vaiano, Vernio, Agliana, Montale, Calenzano, Campi Bisenzio, Quarrata, con una superficie di 700 kmq ed una popolazione che conta più di 300.000 abitanti.
 Nel distretto operano oltre 9.000 imprese tessili (di queste 5.000 sono artigiane), che fatturano in anno circa 8.200 miliardi, con un export di oltre 5.500 miliardi. (1)
Qui opera una delle maggiori concentrazioni di attività tessili d'Europa. Attualmente nel settore lavorano oltre 50.000 addetti, ovvero il 30% della popolazione attiva ed il 60% degli occupati nell'industria.
Le aziende di Prato sono specializzate nella produzione di filati per maglieria, tessuti per abbigliamento, altri articoli tessili (tessuti a pelo, spalmati, non tessuti) per l'industria dell'abbigliamento, delle calzature, dell'arredamento e per impieghi tecnici, e coprono tutte le lavorazioni del settore, dalla finitura al finissaggio dei tessuti.
Un tratto forte del sistema industriale pratese è costituito dalle relazioni con i mercati internazionali. Il settore tessile esporta oltre la metà della sua produzione e intrattiene rapporti commerciali con più di 100 nazioni, ed in particolare con la Germania (30% dell'export), la Francia (14%), gli USA (10%), Giappone (10%) e Gran Bretagna (8%).
In particolare, nell'industria tessile sono presenti 6.023 unità locali, con 36.300 addetti; in quella della maglieria 1292 unità con 6.141 addetti; in quella dell'abbigliamento 1.574 unità con 7.955 addetti.
Il sistema è caratterizzato da una presenza massiccia di micro-imprese (da 1 a 9 addetti), con 7.741 unità.
Nelle zone a Sud Ovest della città sono state progettate e parzialmente realizzate due grandi aree (circa 400 ettari) per ospitare i nuovi investimenti produttivi.
L'attività laniera caratterizza l'economia pratese già dal 1200, grazie all'abbondanza di risorse naturali (fiorente pastorizia, ampia disponibilità di acqua corrente, etc.) che ne fa una localizzazione ideale per la produzione del tessile.
Fin dalla sue origini, l'industria tessile pratese si distingue per:
una marcata tendenza verso la scomposizione dei cicli manifatturieri e la suddivisione delle singole fasi, tra piccole e medie imprese, con la gestione e il coordinamento del processo produttivo affidata alla figura del "mercante-imprenditore";
una spiccata proiezione internazionale, grazie soprattutto ad una fitta rete di mercanti pratesi, che promuovono la commercializzazione dei prodotti locali in Spagna, Fiandre, Inghilterra, Oriente, etc;
una specializzazione nella produzione di stoffe di lana ordinarie, di livello qualitativo medio-basso (i "panni bigelli e villaneschi"). Questo posizionamento dei pratesi era dovuto soprattutto al divieto imposto dalla vicina e potente Firenze di realizzare, fuori del capoluogo toscano, i prodotti tessili di più alta qualità, i cosiddetti "panni fini e larghi". La fama di Prato come "capitale degli stracci" che per tantissimi anni connoterà l'immagine dell'industria tessile locale risale, quindi, addirittura al XIII/XIV secolo.
Fino ai primi decenni del XX secolo l'industria tessile pratese ha conservato pressoché immutata questa fisionomia. Solo nel periodo fra le due guerre il sistema muta progressivamente la sua configurazione, a seguito dell'affermarsi nell'area di imprese di grandi dimensioni a ciclo verticalmente integrato. A partire dalla fine degli anni '40, tuttavia, il modello organizzativo subisce una nuova modifica, a causa di una grave crisi di mercato, che colpisce il distretto e che spinge le imprese locali ad avviare un processo di progressiva decomposizione del ciclo produttivo che porta, nel giro di pochi anni, ad una pressoché totale scomparsa da Prato delle grandi imprese a ciclo integrato. La presenza della grande impresa rappresenta pertanto solo una breve parentesi nella storia dello sviluppo dell'industria tessile paratese. Appena pochi anni dopo la fine della guerra, il distretto riacquisisce, infatti, la sua fisionomia tradizionale, con una spiccata parcellizzazione del processo produttivo, che si abbina ad una pronunciata specializzazione tecnica delle imprese.
A partire dai primi anni '60, il distretto, grazie all'elevata flessibilità che garantisce la particolare formula organizzativa e sotto l'impulso del "boom" economico trainato dalle esportazioni, entra in una fase ciclica estremamente favorevole, che si interromperà solo a metà degli anni '80, dopo aver mietuto successi in tutto il mondo. Nell'arco di un trentennio (fra i primi anni '50 ed i primi anni '80), l'industria tessile pratese conosce, infatti, una fase di sviluppo "estensivo", di intensità straordinaria, che porta il numero di addetti da 25.000 a 60.000 unità. La nascita di una miriade di imprese di piccole dimensioni, in un primo momento promossa dai grandi stabilimenti industriali presenti nell'area, vista l'esigenza di recuperare margini di flessibilità, in una fase successiva si alimenta in modo spontaneo, grazie all'innato spirito imprenditoriale che caratterizza la popolazione locale e alla pressoché totale assenza di barriere all'entrata. Bastava un capitale minimo per comprarsi, e al limite affittarsi, un macchinario adatto a svolgere una delle specifiche fasi di lavorazione.
In quel periodo, l'organizzazione produttiva di Prato è stato additata da molti osservatori qualificati come un modello da imitare su scala nazionale. Era il modello del distretto industriale, del "piccolo è bello" inteso come un sistema produttivo caratterizzato da piccole unità flessibili; pochissime lavorazioni a ciclo completo, piccoli reparti divisi, meglio se staccati fra loro in una miriade di società autonome.
Questo particolare modello organizzativo si dimostrerà estremamente competitivo fino alla metà degli anni '80 quando, a seguito del calo di domanda di prodotti cardati (allora principale specializzazione dell'industria tessile locale, mentre oggi rappresenta il 45% della forza produttiva del distretto), che si registra sui mercati internazionali, Prato entra in una fase di crisi. Le trasformazioni tecnologiche e di mercato portano, infatti, le grandi imprese operanti nel settore tessile a recuperare ampi margini di competitività nei confronti dei sistemi di piccola e media impresa. La crisi strutturale del distretto innesca, nella seconda metà degli anni '80, un processo di progressivo riposizionamento delle imprese, che si manifesta soprattutto attraverso un'accentuazione dei fenomeni di ampliamento e diversificazione della gamma produttiva. Accanto agli articoli cardati vengono introdotti nuove tipologie di tessuti quali il lino, il cotone, il misto seta/lino, il velluto, la viscosa, il cupro, l'acetato, il poliestere, i tessuti non tessuti, etc.
A partire dai primi anni '90, il distretto pratese è entrato in una nuova fase di sviluppo espansiva, testimoniata in particolare da un notevole recupero di competitività che si è registrato sui mercati internazionali.
Da capitale storica degli "stracci" a centro di moda: oggi Prato non è solo tessuti e filati ma anche marchi come Annapurna, Osvaldo Bruni, Sasch, Patrizia Pepe, Franco Rossi.
Prato sforna 3 milioni di metri di tessuto al giorno, una parte dei quali finisce nei prodotti delle griffe emergenti del distretto, come nelle collezioni dei "big" del settore, Gucci, Prada, Ferragamo, tutti saldamente radicati nel territorio.
Un'altra sfida che Prato è intenzionata a giocare è legata all'utilizzo di Internet, nell'ottica del businness to businness. L'idea è quella di dar vita ad un'autostrada telematica che attraversi l'intera filiera produttiva e alla quale tutte le aziende possano agganciarsi.
Un fenomeno rilevante è dato dalla massiccia presenza di immigrati, tra cui spiccano i cinesi, 4.000 lavoratori regolari e una comunità di circa 15.000 persone per la gran parte insediati nella Chinatown di via Pistoiese e di via Bologna.(2) Questo comporta una modificazione sostanziale della struttura sociale della città, anche se per il momento nella sostanza l'immigrazione è stata ben accolta. Non ci sono fenomeni evidenti di intolleranza o di rifiuto.
I nuovi immigrati cinesi sono impegnati a dar vita ad una sorta di secondo distretto industriale nel settore della confezione e della maglieria: 1.100 aziende, per un valore che si stima superiore ai 1.000 miliardi (3), fatto soprattutto (almeno per ora) di lavoro nero, sfruttamento intensivo della manodopera e sfuggente alle regole della sicurezza sul lavoro, che ha anche portato a qualche chiusura marginale di attività italiane.
Sul fronte dell'integrazione sociale esiste un progetto dell'Amministrazione Regionale, e ci sono ormai rapporti frequenti da parte dei rappresentanti della comunità cinese con gli amministratori locali.
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(1) Fonte: Unione Industriali di Prato
(2) Fonte: Il Sole 24 Ore., 27 luglio 2000
(3) Fonte: id., 19 aprile 2000
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