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Il Distretto Industriale
di Prato
Fonte:
Unione Industriale Pratese
 I fattori competitivi
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I fattori competitivi
La concentrazione di tante attività nel raggio di pochi kmq produce effetti che accrescono la capacità di competere delle singole organizzazioni. Le leve che rafforzano la competitività delle imprese (e in modo particolare delle piccole e medie imprese) sono fondamentalmente di tre tipi:
1- economie di agglomerazione; la concentrazione in una regione relativamente piccola di una massa consistente di attività specializzate in uno stesso settore o in attività complementari favorisce la formazione di un mercato del lavoro specifico per il settore tessile (filatori, tessitori, torcitori, disegnatori…), la realizzazione di infrastrutture dedicate (aree industriali, depuratori,..) e lo sviluppo di una rete servizi specializzati (trasporti, costruzione e riparazione di macchinari, scuole professionali, associazioni di categoria, intermediari del commercio, materie prime e prodotti ausiliari, fiere, software, ….);
2- la seconda fonte di vantaggi competitivi è il risultato della sedimentazione tra i residenti di un patrimonio professionale costituito da know how, esperienze produttive e commerciali applicate al settore, capacità di valutazione dei progetti imprenditoriali e sviluppo di relazioni interpersonali. Tutti questi fattori formano, attraverso complesse alchimie, una atmosfera industriale che facilita e sostiene le attività imprenditoriali;
3- ultimo, ma non meno importante, la competitività del distretto si spiega anche con elementi di "psicologia sociale"; in particolare la pressione competitiva tra le imprese stimola l'innovazione e la diversificazione; inoltre, la fiducia e il capitale sociale costituiti dalla conoscenza reciproca e dai rapporti interpersonali (anche questi effetto della densità delle relazioni economiche e sociali in un'area circoscritta) fungono da potente "lubrificante" che riduce (semplificandoli) i costi del funzionamento e del coordinamento delle attività produttive. Per tutti basti ricordare che nella quasi totalità delle imprese pratesi non ci sono portieri all'ingresso che controllano i flussi di entrata e uscita di merci e persone.
Nel corso della storia dell'industria tessile pratese l'importanza relativa di queste tre leve competitive è cambiata; negli ultimi anni, in particolare, sono diventati più rilevanti quelle legate alla capacità del contesto locale di stimolare i processi innovativi e di adattarsi ai mutamenti dei mercati (flessibilità). I fattori materiali e infrastrutturali contano sempre, ma per la competitività delle imprese tessili locali oggi incidono di più fattori dinamici e immateriali come lo spirito di adattamento e la capacità di affrontare problemi nuovi (esperienze, conoscenze, ..).
Un settore tante filiere
All'interno del distretto tessile pratese troviamo in effetti un ventaglio molto articolato di sottosistemi produttivi che si distinguono per le materie prime utilizzate (lana, cotone, fibre artificiali e sintetiche…), i processi (filatura pettinata e cardata, tessitura ortogonale e maglia, nobilitazione), i segmenti di mercato (dal lusso ai consumi di massa) e gli impieghi finali (abbigliamento, maglieria, arredo).
Anche se quello di Prato resta soprattutto un distretto tessile, negli ultimi tempi è aumentato al suo interno il peso dei settori della maglieria e, soprattutto, delle confezioni. Gli addetti all'industria tessile in senso stretto sono 36.000 (ovvero il 72,0% del totale T&A); 6.000 sono gli addetti nella maglieria mentre i restanti 8.000 operano nelle confezioni.
I punti di forza
Nei distretti industriali i processi di adattamento alle sollecitazioni dei mercati seguono percorsi significativamente diversi rispetto a quelli delle organizzazioni dotate di una direzione con potere di indirizzo e controllo (gerarchie). Uno degli aspetti più interessanti del canovaccio della storia industriale pratese riguarda le modalità attraverso le quali un sistema con una forte identità e una cultura omogenea, ma al tempo stesso articolato e policentrico, riesce a cambiare rotta e a muoversi sicuro nelle nuove arene competitive.Nel tempo Prato è stata teatro di una serie di progetti e interventi che si proponevano di tonificare la produzione locale. II ventaglio di questi atti di politica industriale è ampio sia per il numero di attori coinvolti (UE, enti locali, associazioni di categoria, istituti di credito, CCIAA) che per gli obbiettivi perseguiti (informazioni, supporto alla collaborazione tra imprese nello sviluppo di attività innovative e nella commercializzazione, formazione, ...). Interventi di un certo rilievo sono stati varati anche nel campo dell'innovazione tecnologica, delle politiche promozionali, dei sistemi di qualità. Da parte delle associazioni di categoria vi è stato anche qualche timido tentativo di incidere sul sistema di norme tacite che regolano lo svolgimento delle attività imprenditoriali. A conti fatti, i vari atti di politica industriale hanno prodotto risultati apprezzabili solo sul piano della dotazione infrastrutturale (in particolare nella depurazione delle acque) ma sono risultati di scarsa efficacia ai fini della rivitalizzazione del tessuto economico. La serie di programmi ideati e realizzati per stimolare i processi di crescita e di modernizzazione è costellata di progetti incompiuti, di provvedimenti inadeguati, di attese deluse; nella maggior parte dei casi la divaricazione tra obbiettivi e risultati ottenuti rimane ampia.
Il profilo organizzativo
Uno dei tratti più originali del distretto industriale pratese coincide con il suo disegno organizzativo basato su una fitta trama composta da migliaia di imprese: i 50.000 addetti del settore T&A sono distribuiti in più di 8.000 imprese, per una media di 6/7 lavoratori per azienda.
Alcuni semplici rapporti mettono bene in luce la peculiarità del caso Prato dove abbiamo 52,4 unità locali T&A ogni 1.000 abitanti; a Biella sono 17,4; a Varese 6,7; a Vicenza e Como 4,8. La straordinaria importanza delle piccole imprese nel tessuto produttivo locale emerge in modo tangibile nella tavola 2.
Di fatto, circa un terzo degli occupati e delle imprese di un distretto che fino agli anni '60 produceva fondamentalmente filati e tessuti (che sono "semilavorati"), oggi dipende dalla lavorazione produzione di prodotti finiti (maglie, confezioni).
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